Clostridium difficilis, super batterio invincibile

 

Il Clostridium difficilis è una delle minacce batteriche più urgenti, si ammalano circa 250000 americani ogni anno, e uccide migliaia di persone con costi che arrivano anche ad un miliardo di dollari l'anno, ed è in aumento.

 

Anche se casi non complicati sono stati tradizionalmente gestito con potenti antibiotici, rapporti recenti suggeriscono che i ceppi ipervirulenti sono sempre più resistenti alla terapia medica.

 

Storicamente, la maggior parte dei casi sono apparsi negli ospedali, ma uno studio recentemente pubblicato sul New England Journal of Medicine ha scoperto che solo circa un terzo dei casi potrebbe essere collegato al contatto con un paziente infetto. Un'altra fonte potenziale è il nostro approvvigionamento alimentare.

 

Il ceppo proveniente dai maiali, ha accentrato la massima attenzione da parte delle istituzioni della sanità pubblica, perché è molto simile a quello umano e sta sempre di più emergendo nella comunità al di fuori degli ospedali.

 

Le diverse tecniche di macellazione variano da paese a paese e possono condizionare la presenza di contaminazioni crociate.

 

Pur attuando sistemi di cottura ritenuti efficaci che arrivano a circa 63 gradi Celsius si è visto che alcune spore di Costridium difficilis possono sopravvivere al riscaldamento prolungato a 71 gradi Celsius.

 

Il Costridium diffilis può colonizzare oltre che l’intestino anche i muscoli e dunque la carne degli animali, in quanto sono coinvolti nel processo di degradazione/putrefazione fisiologica che avviene dopo la morte dell’animale.

 

Ispirato a “ Nutrition Fact”

 

Perché è importante la diversità nell’alimentazione?

La diversità alimentare può svolgere ruoli diversi in situazioni e problematiche cliniche diverse. Per esempio cavoli, cavolfiori, broccoli, e  cavolini di Bruxelles sono associati con un minor rischio di tumore del colon trasverso e destro, mentre il rischio di cancro al colon discendente (sul lato sinistro) sembra essere ridotta da carote, zucche, e mele. Così, frutta e verdura possono ridurre in modo diverso il rischio di cancro in diverse zone del nostro organismo.

Si è visto che se due gruppi di persone mangiano lo stesso quantitativo di frutta e verdura, coloro che attuano una maggior varietà nel consumo di questi alimenti avrà un rischio minore di sviluppare un cancro.

Ma non è solo il cancro la patologia interessata. In uno studio di migliaia di uomini e donne, una maggiore quantità di verdure e una maggiore varietà sono risultate utili per ridurre il rischio di diabete di tipo II. Anche dopo aver rimosso gli effetti riguardo alla quantità, un aumento settimanale della varietà di assunzione di frutta e verdura è stata associata con una riduzione dell'8% in termini di incidenza del diabete. E questo potrebbe essere attribuibile a effetti individuali o combinati dei molti composti bioattivi diversi contenuti in frutta e verdura; pertanto, consumando una grande varietà aumenterà la probabilità di consumare una maggior quota di principi bioattivi.

Tutte le verdure possono offrire protezione contro le malattie croniche, ma ogni gruppo vegetale contiene una combinazione unica e la quantità dei fitonutrienti, che li distingue da altri di vegetali è talmente unica, che occorre insistere molto sulla variabilità di assunzione per incidere in modo benefico sulla salute.

È stato dimostrato che le sostanze fitochimiche si legano a recettori e proteine specifiche nel nostro organismo. Ad esempio, c'è un recettore per il tè verde nel nostro corpo,per l’Epigallo Catechin Gallato (EGCG), un componente chiave del tè verde. Ci sono proteine leganti i fitonutrienti presenti nell’uva, nelle cipolle e nei capperi o ancora per i broccoli. Recentemente, è stato identificato un recettore sulla membrana cellulare per un nutriente concentrato nelle bucce di mela, e soprattutto queste proteine bersaglio sono considerate indispensabili per il corretto svolgimento delle loro mansioni nutritive e benefiche.

Ma ricordate questi mix di sostanze benefiche sono unici per ogni vegetale, vengono chiamati fitocomplessi e non si può pretendere di isolarne una singola molecola ottenendone gli stessi benefici! I vegetali vanno dunque masticati e mangiati in forma integrale ove possibile per ottenerne i migliori effetti sulla nostra salute.

Per cui mi tocca proprio dirlo…una Mela al giorno toglie il medico di torno!

Buona salute a tutti!

 

Le proteine animali

L’uomo, durante la sua evoluzione, si è trasformato da cacciatore ad allevatore e questo ha reso possibile una elevata fruibilità di cibo proteico pronto e disponibile, senza la stretta necessità di procacciarselo durante lo scorrere delle stagioni.
Questo ha avuto i suoi vantaggi, risolveva problemi pratici del quotidiano ma si scontrava con un corpo fisico che era stato progettato per nutrirsi d’altro.
La dentizione umana infatti non presenta né zanne né canini pronunciati per strappare le carni ma denti atti ad una masticazione prolungata, più da erbivori che da carnivori; l’intestino è lungo circa 10 metri, tipico degli animali che hanno una alimentazione ricca di fibre e che necessitano di un processo di assimilazione lento e prolungato.
Gli animali carnivori, al contrario, hanno un apparato intestinale breve con un ambiente a pH molto acido ( almeno 10 volte quello uman ) così che la carne possa essere rapidamente metabolizzata, sostando per un tempo ristretto, tramite processi di tipo putrefattivo, processi che non sono previsti nel corpo umano fintantoché risulta essere vivo. Notiamo anche che l’uomo debba cuocere la carne per renderla commestibile, mentre non esiste un leone che organizzi grigliate di gazzella con gli amici della foresta!
Dopo questo breve excursus torniamo ai nostri giorni, in questi anni il boom economico, ha indotto una particolare trasformazione delle forme di allevamento dando origine a una particolare devianza, quella degli allevamenti intensivi. In primo luogo chiediamoci: quando mai una cosa che fa “boom”ha portato cose buone a chi vi si trovava vicino, entro un certo raggio?
Nel caso dell’allevamento intensivo esso è fonte di stress cronico dell’animale, in quanto prevede spazi ridotti in cui le bestie sono costrette ad assumere costantemente la medesima posizione. La loro fonte di alimentazione è a base di cereali ( anche geneticamente modificati ), di sostanze ormonali e fattori di crescita con l’obbiettivo di portare l’animale, nel tempo più breve possibile, ad un peso adatto alla macellazione e dunque all’immissione sul mercato ( questa in verità è la parola magica dietro cui si cela e si giustifica tutto ed il suo contrario ).
Per fare un esempio paradigmatico vorrei porre al lettore due quesiti: sapete in quanto tempo un pulcino di gallina diventa adulto, cioè pollo? La risposta è: circa 3-4 mesi. Secondo quesito: sapete in quanto tempo un pulcino ai nostri giorni finisce nella catena industriale di macellazione e dunque sui banchi dei frigoriferi dei supermercati? La risposta è: circa 29-30 giorni! Alcuni veterinari mi hanno riferito che nell’analizzare la carne del pollame al microscopio si fa difficoltà ad individuare la struttura muscolare adulta che dovrebbe normalmente essere rinvenuta. “Business is business” sembra echeggiare in sottofondo il mantra del dollarone.
La fantasia umana è arrivata anche a far mangiare agli animali da allevamento polveri proteiche prodotte dalle carcasse degli animali stessi, una sorta di cannibalismo differito che mai si sarebbe potuto osservare in natura, generando fenomeni come il morbo di Kreutzfeld-Jacob meglio conosciuto come Sindrome della Mucca Pazza, o le varie influenze aviarie da polli allevati in batterie. Le patologie che si possono originare sono quindi alla base anche della dispersione di enormi energie economiche per abbattere i capi di bestiame, curare le persone affette da patologie ed infine per la ricerca scientifica di cure adatte a guarire queste nuove sindromi patologiche.
Un ulteriore riflessione andrebbe fatta circa quelle carni che vengono trasformate in insaccati ( salami, pancette, etc ) dall’industria del cibo. Forse non tutti sanno che, per conservare queste carni e renderle del colore rosso/rosa a cui siamo abituati, vengono aggiunte sostanze cancerogene come i nitrati ed i nitriti. Le nitrosammine, sostanze anch’esse cancerogene, sono usate al fine di rallentare ( attenzione: non fermare! ) il normale processo di putrefazione cui andrebbero incontro gli insaccati ad opera di varie specie batteriche, la più nota delle quali è il Clostridium Botulinum.
Forse sarebbe bastato lasciare le mucche su prati ed i polli nell’aia a razzolare piuttosto che inseguire, in questo modo spasmodico, guadagni ultra miliardari a spese di chi consuma, ammalandosi, alimenti costruiti nei laboratori del marketing industriale.
Ciò che ho descritto per gli allevamenti a terra, accade anche per salmoni, trote ed altre specie ittiche, stipate in vasche relativamente piccole in relazione alla numerosità della popolazione di ciascuna vasca. Questi pesci vengono nutriti con mangimi proteici provenienti dalle polveri di ossa e dalle frattaglie di animali terrestri oltre che con prodotti proteici e fattori di crescita che ne velocizzano il raggiungimento di pezzature commercialmente utili e vantaggiose dal punto di vista economico. Vivono in acque addizionate con chili e chili di sostanze chimiche fra cui gli antibiotici oltre che altri agenti che limitano lo svilupparsi di colonie batteriche, virali, micotiche.
A conclusione vorrei mettere in evidenza il fatto che studi scientifici recentissimi, oltre ad aver ulteriormente confermato una correlazione diretta fra il consumo di carne di qualunque genere ed il tumore intestinale, specie del colon, hanno messo in evidenza ulteriori correlazioni dirette con lo sviluppo di forme tumorali sia a carico dei reni che della prostata.
Come medico e come consumatore critico non mi sento di consigliare a nessuno il consumo di proteine animali o prodotti derivati; per chi invece fosse ancora dell’idea che non si può sopravvivere senza consumare la carne vorrei dire non solo che ciò di cui sono convinti non corrisponde a verità ma che, se proprio non possono fare a meno di consumarne, che la quantità e la frequenza del consumo siano modesti cercando di conoscere molto bene la filiera di allevamento, macellazione e vendita e scegliendo ogni volta in modo molto, molto oculato.

I latticini sono prodotti derivati dagli animali da allevamento per cui, in qualche misura, si possono fare le medesime considerazioni già fatte, nel precedente articolo, per gli allevamenti intensivi di animali da macello. Ricordiamo innanzitutto che nelle acque di abbeveraggio degli animali vengono aggiunti antibiotici per prevenire le mastiti da latte: i microtraumi meccanici, provocati dalla continua compressione e decompressione dei mungitori meccanici attaccati ai capezzoli delle mucche, predispongono a questo tipo di patologia. Il latte ed i suoi derivati subiscono trattamenti industriali che prevedono l’immissione di grassi saturi idrogenati ( specialmente quelli nella configurazione geometrica definita “trans” ) modificando artificialmente la chimica di questi composti, rendendo la loro struttura più rigida e quindi, ai fini commerciali, più densa. Vorrei fare un esempio che esula dalla tipologia alimentare di cui stiamo parlando: in una merendina confezionata troviamo un quantitativo di acidi grassi saturi di tipo trans superiore al dosaggio nocivo per l’organismo umano. Ma che male c’è in questo? Cerchiamo di capire cosa comporta l’assunzione dei grassi saturi idrogenati di tipo “trans” facendo alcuni esempi.
1) Abbassano i livelli di colesterolo HDL ( buono ) e innalzano i valori di quello LDL, cioè quello che favorisce il deposito di placche potenzialmente ostruenti sulle arterie, cause di infarti e non solo.
2) Riducono il peso dei bambini alla nascita, nati da mamme che si nutrono con questi alimenti.
3) Interferiscono con la risposta del sistema immunitario e con il metabolismo di altri acidi grassi fondamentali e utili al nostro corpo, come gli omega-3;
4) Incrementano la formazione di radicali liberi, molecole molto reattive ed instabili, responsabili della creazione di danni ossidativi alle cellule che favoriscono quei processi di invecchiamento, degenerazione e trasformazione maligna cellulare, colpendo ogni giorno una popolazione sempre più vasta.
Per tali motivi il latte e i suoi derivati, specie quelli a lunga conservazione, nella maggioranza dei casi non possono essere considerati alimenti nutrienti ( nell’accezione del termine che abbiamo dato negli articoli precedenti, cioè di elementi fondamentali per il metabolismo corporeo ). Ricordiamo che in natura nessun cucciolo di animale continua a nutrirsi di latte una volta svezzato dall’allattamento materno. Questo ci deve far riflettere riguardo alle tante intolleranze che si riscontrano nei confronti di queste tipologie di alimenti. Inoltre i latticini in generale, per la loro composizione chimica, acidificano il sangue e promuovono un meccanismo biochimico che rimuove il calcio fissato nelle ossa, dando adito a patologie come l’osteoporosi, ma anche a cancro e diabete. Ma la pubblicità non ci diceva che per avere ossa robuste bisognava bere latte??? Quando fin da piccoli venivamo indottrinati ( genitori e figli ) sulle virtù del latte, nessuno parimenti ci diceva che il calcio contenuto nei latticini è reso inorganico dai trattamenti industriali cui viene sottoposto, oltre che dalla bollitura, e che dunque è inutile ai fini della vera nutrizione del nostro organismo! In più la presenza di grassi saturi in questi prodotti, così come nelle carni, promuove la formazione degli accumuli adiposi e l’innalzamento dei livelli di colesterolo ( come abbiamo descritto in precedenza) e, in ultima analisi, porta a danni cardiovascolari responsabili di eventi acuti come ischemia ed infarto, che sono proprio la prima causa di morte nel nostro mondo occidentale, primi anche al cancro.